por Cuba libre

il rispetto dei diritti umani non ha colore politico

il “Fidel” di Gordiano Lupi su “L’occidentale”

Lupi da ammiratore tradito offre un ritratto di Castro lucido e obiettivo
È da poco uscita in libreria Fidel Castro. Biografia non autorizzata, (Ed. A. Car.), l’ultima opera di Gordiano Lupi, direttore delle Edizioni il Foglio e collaboratore de La Stampa come traduttore del blog della celebre dissidente cubana Yoani Sanchez.
Lupi, che è anche direttore di una collana di narrativa latinoamericana e ha tradotto i romanzi dello scrittore cubano Alejandro Torreguitart Ruiz, è soprattutto uno dei più grandi conoscitori di Cuba, ci regala ora un ritratto inedito di colui che domina l’isola caraibica dal 1976.
Un ritratto duro, ma soprattutto lucido e obiettivo come può esserlo quello di un ammiratore tradito. Perché in passato Lupi si è recato a Cuba armato del mito del Che e dello stesso Fidel (un mito che accomuna anche tanti adolescenti di oggi, che idolatrano questi due personaggi senza approfondire ciò che sono stati realmente), ma ha dovuto dolorosamente ricredersi, arrivando a giurare che mai più avrebbe votato per il comunismo, se così si può chiamare quello di Castro.
Il grande merito del saggio di Lupi è proprio quello di offrire una precisa documentazione storica e politica su Cuba e sul Leader Maximo e insieme la lettura scorrevole ed empatica che si dedicherebbe a un bel romanzo d’amore e di idealismo.
Dal libro emerge un Fidel Castro che, come ogni dittatore, è totalmente incapace di guidare il proprio Paese e soprattutto è disinteressato di fatto a migliorare la qualità di vita dei suoi cittadini, preferendo sacrificarla alla brama di potere personale. Il ritratto è quello un assassino puro, che, a dispetto dei proclami propagandistici e del suo essere un abile e carismatico incantatore di folle attraverso la parola (è infatti un uomo colto come lo è ogni capo rivoluzionario), ha mortificato la libertà, la pace e le speranze dei Cubani, eliminando in nome dell’ideologia della rivoluzione oppositori che avrebbero potuto fornirgli un costruttivo contribuito.
A tal proposito Lupi scrive: “Fidel aveva promesso pane e libertà, in compenso portò austerità e totalitarismo … che fanno bella mostra ancora oggi tra i prodotti tipici della rivoluzione” e ancora “Il Comandante fu abile a circondarsi di uomini fedeli, facendo passare in secondo piano la competenza … La rivoluzione cubana tradì gli ideali di libertà e democrazia che sulla Sierra l’aveva ispirata, perché il fantasma del capitalismo e i vecchi squilibri sociali portarono i ribelli al rifiuto della vecchia struttura di governo”.
Più in concreto “(prima di Castro) I segnali di progresso economico erano inesistenti e l’alfabetismo toccava livelli di guardia … il livello di disoccupazione era piuttosto alto. In campagna si mangiavano riso, piselli, banane e radici, senza carne, uova, pesce e latte, mentre le condizioni igieniche erano pessime, le case prive di luce e con pochissimi servizi. In città abbondavano le bidonvilles, la piaga del sottoproletariato era una triste realtà, il popolo mancava di cibo e lavoro, ma in compenso la terra era inutilizzata e non si costruivano fabbriche. La rivoluzione venne fatta dal ceto medio, come sempre accade … Adesso le condizioni cubane sono simili, ma non esiste una classe media perché Fidel l’ha distrutta”. Egli “cominciò a governare con un progetto di riforma agraria che colpiva lo zucchero … Mandò in rovina i proprietari di case e mise in crisi il settore edile … L’economia cubana piombò nel caos per l’inesperienza dei suoi governanti, interessati soltanto a sostituire il vecchio con il nuovo mondo. Sembravano bambini che giocavano in un mondo di adulti”.
Tuttavia a livello personale è sempre stato un duro Fidel, un testardo che, proprio come un bambino, non ha mai accettato la sconfitta e mai si è arreso, sicuro com’è di se stesso e non avvezzo a sottostare a disciplina, regole e gerarchie. L’unica persona a cui prestava ascolto era Cecilia Sanchez, sua consulente rivoluzionaria e amante nella Sierra.
Pur avendo ricevuto un educazione cattolica, Castro ha represso i culti religiosi dopo l’imposizione della rivoluzione e rinchiuso sacerdoti e santèros (figure che fanno parte delle cultura cubana, persone che si sentono autorizzate da uno specifico santo a predire il futuro) nelle famigerate Unità Militari di Aiuto alla Produzione (UMAP), denominazione eufemistica che indica veri è propri lager, campi di lavoro (nei quali sono stati rinchiusi anche numerosi omosessuali, secondo alcuni, per volontà dello stesso Che Guevara).
Recentemente però il presidente cubano, uomo scaltro e pragmatico che ha sempre basato i rapporti umani sulla convenienza del momento, si è riavvicinato alla religione grazie al contribuito di Giovanni Paolo II, incontrato prima in Vaticano e poi all’Avana, dove il pontefice-beato ha compiuto una storica visita nel 1998.
Essendo l’obiettività uno dei meriti dell’eccellente saggio di Lupi, viene qui riconosciuto anche un aspetto positivo di Fidel: non solo egli non è mai stato razzista, ma anzi è riuscito a smussare il razzismo strisciante presente a Cuba e, a parte la sua millantata fede comunista, non è mai stato un marxista ortodosso. La rivoluzione cubana è una novità, plasmata sulla sua forte personalità di caudillo latinoamericano.
Inoltre Lupi non stigmatizza solo l’atteggiamento del leader cubano, ma anche l’estremo idealismo visionario che ha portato intellettuali del calibro di Gabriel Garcìa Marquez a definirlo un “buon dittatore”. In realtà, dice l’autore di “Fidel Castro. Biografia non autorizzata”, “non esistono dittatori buoni e il famoso scrittore lo sa bene. La storia non lo assolverà per troppe omissioni: un Premio Nobel per la Letteratura avrebbe precisi obblighi nei confronti dei lettori”. Obblighi che è stato Lupi ad assolvere, col suo stile, e nel suo ripercorrere passo dopo passo l’avventura di Castro attraverso gli sconvolgimenti di Cuba e del mondo nel Secolo Breve, ci trasporta in una dimensione colta dove la documentazione storica s’intreccia al linguaggio narrativo più affascinante, quel tono secco e preciso, non privo d’ironia e intelligenza, che Lupi sa interpretare perfettamente. Ne risulta un documento d’estremo interesse politico, ma anche – meraviglioso merito – un libro le cui qualità letterarie sanno soddisfare i lettori più esigenti.
Fidel Castro. Biografia non autorizzata
Autore Gordiano Lupi
Editore A.CAR.
Pagine 250
Prezzo euro 15,00

da Yoani: L’Avana dipinta con bombolette spray

È notte, il lampione all’angolo di strada non funziona e a quest’ora non passa neppure un’auto. Una mano agile e scarna estrae una bomboletta di pittura spray e lascia una firma sul muro che termina con una stella a cinque punte. La mattina dopo i vicini curiosi leggono la firma de “El Sexto” (Il Sesto) e si chiedono per quale motivo una persona si faccia chiamare con un numero cardinale. Il presidente del Comitato di Difesa della Rivoluzione (CDR), piuttosto contrariato, si occupa di occultare l’irriverente soprannome e di cancellare il disegno, ma si può star certi che il mattino successivo comparirà di nuovo.
Fermate di autobus, pareti di istituzioni ufficiali, bidoni della spazzatura e rovine dove un tempo c’era una casa, sono la tela sulla quale questo artista di strada realizza i suoi scarabocchi. Il suo soprannome è di per sé sarcastico, perché allude alla campagna governativa per la liberazione delle cinque spie cubane catturate negli Stati Uniti. Danilo Maldonado sembra il nome del personaggio di una telenovela e così il nostro pittore di strada ha scelto di chiamarsi “El Sexto”, perché venga reclamata anche la sua scarcerazione. Certo, la sua non è una prigione fisica, ma si tratta di una grave clausura rappresentata dalla mancanza di diritti.
L’Avana è ormai una città del secolo XXI e non perché i pochi periodici in circolazione facciano capire che ci troviamo nel 2011. Ben altri sono i segnali, i barlumi di modernità che ogni tanto escono fuori da una vecchia corazza. Abbiamo persino simpatiche e misteriose pitture sopra diverse pareti, timidi segnali di un’espressione cittadina che non trova spazio in luoghi più convenzionali.
Alcuni giovani osano lasciare un marchio colorato di acrilico sopra sagome di cartone e dipingono alcuni simboli in una colonna. Rapidi, appongono un marchio improvvisato in una città già segnata da un’eccessiva propaganda ufficiale.
È un fenomeno che vivacizza, anche se molti lo giudicano un danno alla proprietà collettiva o privata, perché si tratta di un linguaggio che va di pari passo alla retorica del potere, una sorta di grido composto di disegni colorati.
Molti paesi hanno già passato il periodo dei graffiti di strada, mentre noi avaneri, neofiti in una materia composta di messaggi dai molteplici significati, assistiamo estasiati e indignati alla loro comparsa. Il maestro per eccellenza di un’arte così spontanea è un ragazzotto magro conosciuto come “El Sexto”, autore di molti sberleffi grafici e persino di qualche critica al potere composta di frasi che sembrano frammenti di canzoni di hip hop.
“Sono in ogni luogo…”, ci grida da un pezzo di carta e, dopo aver diffuso un simile messaggio, i poliziotti vedono graffitari ovunque, sospettano che persino un infante possa nascondere una bomboletta spray nella sua carrozzina.
Qualche settimana fa, nella nostra scolorita capitale hanno arrestato l’artista più stravagante tra coloro che lavorano sulle facciate. El Sexto è stato obbligato a salire in un’auto da tre uomini robusti, che non si sono identificati ma di sicuro appartenevano alla polizia politica. È stato condotto in una stazione dall’aspetto così lugubre che avrebbe potuto ravvivarla solo un disegno di Danilo Maldonado. El Sexto è stato trattenuto in cella per quasi quattro giorni, perché confessasse il nome del mandante dei suoi arabeschi e delle frasi irriverenti.
Prima di tutto hanno cercato di fargli capire quanto fosse immaturo, dicendogli che se avesse messo il suo spray al servizio del discorso ufficiale lo attendeva un luminoso futuro. Ma il testardo artista non si è lasciato convincere. Ha risposto che quei graffiti sono frutto soltanto della sua immaginazione e che preferiva rischiare come pittore alternativo piuttosto che entrare a far parte del riconoscimento istituzionale.
Scontati quattro giorni di detenzione, è stato liberato ed è tornato nella sua strada, dopo aver firmato un Atto di Avvertenza. Quella stessa notte ha messo ancora una volta la sua firma sopra una parete dipinta da poco. Ma non è più la stessa cosa.
Prima di essere arrestato, El Sexto era una presenza anonima, occulta, che dipingeva negli spazi liberi; adesso sappiamo come si chiama, dove abita e persino il numero della sua carta d’identità. È diventato il nemico pittorico numero uno e la punizione che probabilmente gli infliggeranno lo allontanerà dai muri, dalle bombolette spray e da quelle mattinate avanere durante le quali la sua scarna mano cercava di ravvivare una città così scolorita.
Traduzione di Gordiano Lupi

Mariela Castro: quando l’arroganza NON paga…

Twitter vuol dire uguaglianza e l’arroganza non porta lontano
“Su Twitter siamo tutti uguali e non si impartiscono lezioni. I presidenti non mandano messaggi ai cittadini e le personalità importanti non infieriscono sulle piccole! Siamo qui per imparare. Le mie domande a Mariela Castro sono state poste con grande rispetto, come sempre mi sono rivolta a lei, come farò sempre, anche il giorno in cui potremo avere un dialogo faccia a faccia”, ha detto Yoani Sánchez che si è sempre visto vietare l’ingresso alle conferenze della direttrice del CENESEX per timore che facesse domande scomode.
Mariela Castro, figlia di Raúl Castro e direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale (CENESEX), si è scagliata contro la blogger Yoani Sánchez e altri attivisti che hanno accolto il suo debutto in rete con critiche e domande.
“Spregevoli parassiti, avete ricevuto l’ordine da chi vi paga di rispondermi contemporaneamente e con lo stesso copione prestampato? Siate più creativi”, ha scritto Mariela su Twitter.
“Benvenuta nel mondo pluralista di Twitter, @CastroEspinM, qui nessuno mi può far tacere, non possono negarmi l’autorizzazione a viaggiare né impedirmi di entrare”, aveva scritto la Sánchez in un messaggio precedente.
Il regime, infatti, nega a Yoani Sánchez il permesso di viaggiare all’estero. L’ultima occasione per impedirne l’uscita è stata pochi giorni fa, quando la blogger avrebbe dovuto recarsi in Spagna per ritirare un premio conferitole dall’associazione HazteOir.
Yoani Sánchez viene seguita su Twitter da 174.000 persone e manda avanti il blog cubano più letto e premiato nel mondo: Generación Y.
“Permetta una domanda, Mariela: Quando noi cubani potremo uscire dagli altri armadi e sentirci liberi in ogni frangente della nostra vita?”, ha scritto la Sánchez martedì su Twitter, alludendo alla campagna che la figlia del generale Castro sta portando avanti a favore dei diritti degli omosessuali. La risposta di Mariola non si è fatta attendere: “Il tuo concetto di tolleranza riproduce vecchi meccanismi di potere. Per migliorare i tuoi servizi hai bisogno di studiare”.
“Cosa possiamo sperare da te, Mariela, quando cerchi soltanto di manipolare i gay a Cuba?”, ha chiesto Ignacio Estrada, noto attivista del movimento omosessuale alternativo, fresco sposo della transessuale Wendy Iriepa, costretta a lasciare il posto di lavoro nel CENESEX per aver voluto sposare un dissidente.
Alen Lauzán, autore del periodico umoristico Guamá, ha affermato che con l’arrivo di @CastroEspinM su Twitter, “i collaboratori della rivista satirica dovranno fare gli straordinari anche se non sono pagati dalla CIA”. “Benvenuta Mariela, questa non è casa tua, ma preparati al coro, perchè qui c’è vera democrazia”, ha aggiunto.
Yoani e Mariela
Yoani Sánchez ha detto che il dibattito in rete è molto importante, pur con le difficoltà di connessione e di accesso, visto che nello scenario politico cubano è praticamente impossibile avere uno scambio di opinioni. “A Cuba negli ultimi mesi c’è stata un’esplosione di utilizzatori di Twitter che ci consente di ascoltare molte voci indipendenti”, ha scritto la blogger. “Sono entusiasta della tecnologia, perché in quattro anni mi ha reso molto più libera, nonostante la volontà politica che anima il mio governo”, ha aggiunto.
Il regime accusa i blogger dissidenti, che inviano messaggi alla rete fuori dal controllo ufficiale, di essere soldati di una ciberguerra organizzata da Washington. Yoani sostiene che non è una ciberguerra ma una cibernascita e precisa: “Il Governo cubano parla sempre di Cuba come di una piazza sotto assedio e terrorizza i cittadini descrivendo il pericolo di un’invasione. Ero piccola che sentivo certi discorsi e ancora non sono cambiati. Ormai sono vaccinata da questo tipo di accuse e di minacce verbali”, ha concluso Yoani.
Il debutto governativo su Twitter non poteva essere più contrastato. Mariela Castro dovrà rendersi conto che in rete le gerarchie non contano e che non si possono mettere a tacere tanto facilmente le voci scomode.
Gordiano Lupi