por Cuba libre

il rispetto dei diritti umani non ha colore politico

da Yoani: nuovi microfoni

Per molto tempo l’unico modo possibile per raggiungere quello strano oggetto chiamato microfono, era superare moltissimi filtri ideologici. Pochi programmi del palinsesto nazionale vengono realizzati in diretta, proprio per questa paranoia, per non rischiare che vengano espresse – davanti agli occhi dei telespettatori – opinioni contrarie al sistema. Negli ultimi mesi la critica ha guadagnato un piccolo spazio nei mezzi di comunicazione ufficiali, anche se questi ultimi continuano a essere vietati alle persone non allineate al pensiero ufficiale. Per questo motivo, abbiamo dovuto creare altri microfoni, altri set, altre telecamere.

Tutto improvvisato e meno professionale, certo, ma indiscutibilmente più libero rispetto agli studi di 23 y L, Masón e San Miguel o dei centri radiofonici provinciali. Dalla terrazza di una casa, con un lenzuolo usato come tenda e alcuni luci prestate da un musicista, si possono realizzare programmi privi del noioso trionfalismo tipico della Mesa Redonda (1). Un esempio di questi nuovi spazi che stanno sorgendo è il progetto SATS (http://estadodesats.blogspot.com/) nel quale “confluiscono arte e pensiero”, diretto da Antonio Rodiles. In una cornice molto ampia di dibattito, gli invitati espongono il loro punto di vista su un determinato argomento per poi passare a rispondere alle domande del pubblico. Può capitare di approfondire la carriera di un musicista hip hop come il lavoro di un’associazione giuridica non legalizzata, ma è possibile anche ascoltare l’opinione di un dottore in filosofia sulla società civile.

Una volta realizzato, il programma viene distribuito nelle stesse reti alternative dove circolano blog, film, documentari e opinioni. Manca ancora, purtroppo, sia nello spazio SATS che in Ragioni Civiche (Razones Ciudadanas – http://vocescubanas.com/razonesciudadanas/), la presenza dell’“altro”. Tra coloro che difendono la versione ufficiale dei fatti nessuno è disposto a esprimere la sua opinione insieme a noi e davanti a una telecamera. Abbiamo cercato di far venire persone che lavorano nelle istituzioni statali, invitandoli a polemizzare con tesi e argomenti, ma preferiscono non vivacizzare il dibattito con la loro presenza. In ogni caso, spero che un giorno o l’altro accettino di partecipare. Prima o poi li vedremo in trasmissione, forse prima che siano loro a offrirci uno spazio e a permetterci di parlare dai “microfoni di Stato”.

www.lastampa.it/generaciony – Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nota del traduttore:
(1) La Mesa Redonda (Tavola Rotonda) è il programma di approfondimento politico della televisione ufficiale, condotto da Randy Alonso in prima serata, caratterizzato da un inesistente pluralismo e da un dibattito improntato sul pensiero unico del regime.

da Yoani: Manghi di ogni estate

I rami si piegano sotto il peso e i bambini cercano di far cadere i frutti a colpi di pietre e salgono sui tronchi per scuoterli. È la stagione del mango. Come in un ciclo di vita che trascende la crisi, le ristrettezze, i piani agricoli incompiuti, arrivano un’altra volta i manghi, i filipinos (lunghi e affilati, ndt) e i bizcochuelos (grossi e polposi, ndt). Siamo proprio nel periodo in cui il cortile più umile di un paesino sperduto può avere lo stesso valore del giardino più curato di Miramar. Basta che la vecchia pianta di manghi seminata dai nonni abbia i frutti perché tutta la famiglia cominci a girare intorno a lei.

In questo stesso momento, mentre taglio a fette alcuni manghi che ci ha regalato Augustín (http://dekaisone.wordpress.com/), penso a come la mia vita sia segnata dai ricordi associati al loro profumo e al loro sapore. Quei piccoli e dolcissimi frutti che mangiavo durante le mie vacanze nel paesino di Rodas, i verdi e acidi sopra i quali mettevamo sale durante i periodi di scuola in campagna e gli altri che rubavamo – spinti dalla fame – dalla fattoria la Experimental, situata nel comune di Güira, negli anni oscuri del Periodo Speciale. Dopo aver dato un morso, parte del frutto mi restava tra i denti, mentre qualche goccia di succo scorreva sul mento e mi sporcava i vestiti, succhiavo i semi fino a farli rimanere bianchi e se gettavo la buccia sul pavimento era pericolosa come quella di una banana.

I manghi mi ricordano ogni tappa della mia esistenza, ma anche ogni periodo che ultimamente ha attraversato questa Isola. Mi fanno venire a mente quel mercato libero conosciuto come Centro – negli anni del sussidio sovietico – dove ho assaggiato per la prima volta i succhi di mango Taoro. Dopo è arrivato il processo di “rettificazione degli errori e delle tendenze negative”, con il quale sono stati spazzati via i residui piccolo – borghesi e il Taoro ha impiegato dieci anni per riapparire, ma per essere venduto soltanto in moneta convertibile.

Questo frutto ha il merito di aver resistito in maniera incredibile alle fattorie statali, alle assurdità che hanno impegnato migliaia di ettari di terra come la Zafra dei 10 milioni, il piano per coltivare banane microjet e persino all’infausto progredire del marabú (arbusto infestante, ndt). Nonostante tutto l’ostinato mango è ancora qui, segna le nostre vite con il suo sapore e trasforma ogni povero giardino in un angolo di prosperità, almeno fino alla fine dell’estate.

www.lastampa.it/generaciony – Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

da Yoani: Soltanto dodici uomini

Quando da bambina sentivo pronunciare il nome di Perico, un paese della provincia di Matanzas, mi veniva il mal di pancia per il troppo ridere (1). Quando ho scoperto che parte della mia famiglia è originaria di quel luogo, la battuta non mi è sembrata più tanto divertente. Sabato scorso mi avevano invitata a Perico per vedere ancora una volta le sue strade polverose e la scalcinata stazione ferroviaria, ma la partenza di mia sorella mi ha bloccata nel mio appartamento situato al quattordicesimo piano, perché non avevo voglia di andare da nessuna parte. Mi spiace molto di non aver accettato l’invito, perché in quel paese avevamo appuntamento con dodici ex prigionieri della Primavera Nera, mentre il nostro anfitrione era un contadino bonaccione e lavoratore chiamato Diosdado González, che aveva messo a disposizione la sua casa per una riunione così importante. Doveva essere un incontro per fare amicizia, presentare le rispettive famiglie, condividere parte di quel tempo che per oltre sette anni il governo cubano aveva tolto agli ex prigionieri.

La decisione di Guillermo Fariñas di intraprendere uno sciopero della fame ha cambiato completamente il carattere della giornata. Il riposo si è trasformato in preoccupazione e gli sgabelli che dovevano accogliere la festa sono serviti a sopportare il peso dell’inquietudine. In breve e sorseggiando caffè – servito da Alejandrina – la riunione si è trasformata in uno stato maggiore civico, dove non venivano posizionati soldatini di plastica sopra una mappa bellica, ma idee sul libro della storia. Subito dopo, Pedro Argüelles mi ha letto al telefono il testo approvato (http://www.damasdeblanco.org/index.php?option=com_content&view=article&id=858:demanda-al-gobierno-cubano&catid=1:archivo-noticias&Itemid=5) nel corso di quella giornata, mentre mi rammaricavo ancora una volta di non essere stata presente. Tra le tante domande, i firmatari chiedono che sia fatta un’indagine seria sulle cause della morte di Juan Wilfredo Soto.

Altre richieste sono: impedire la morte di Fariñas – a mio parere il risultato più difficile da ottenere -, far cessare la repressione e gli atti di ripudio contro gli attivisti dell’opposizione. Questa volta gli orecchi del potere sembrano più sordi alle proteste rispetto a un anno fa. Temo, inoltre, che il corpo del nostro Premio Sacharov 2010 non sia in grado di superare un altro prolungato digiuno. Spero che la vita mi sorprenda e che si possa ottenere qualcosa. Mi illudo che Perico non sia ricordato solo come un paese dal nome divertente, ma che divenga il luogo dove la parola, la coscienza civica e l’unità hanno sconfitto un caparbio autoritarismo di vecchia data.

www.lastampa.it/generaciony – Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Nota del traduttore:
(1) Per capire il senso della battuta bisogna conoscere la fiaba popolare cubana Il gallo al matrimonio (El gallo de boda), dove si racconta la storia di un gallo che se ne va tutto va pulito ed elegante al matrimonio dello zio Perico. Nel cammino incontra un mucchio di spazzatura, si fa da parte per non sporcarsi, ma in mezzo all’immondezzaio vede un chicco di mais. Il gallo si ferma e pensa: “Se non becco (pico) perdo il granello, e se becco (pico) mi macchio il becco (pico) e non potrò andare al matrimonio del mio zio Perico. Cosa faccio? Becco o non becco?”. La fiaba procede con un altalenarsi da filastrocca, il gallo si sporca e chiede ai vari elementi della natura di pulirlo, ma nessuno vuole farlo. Sarà il sole a risolvere la questione. Per questo gallo e sole diventano amici per la vita e ogni volta che il sole sorge, il gallo lo ringrazia con un lunghissimo chicchirichì. Il divertimento di Yoani – quando sente pronunciare il nome del paese (Perico) – consiste nel ricordare la fiaba, lo zio del gallo invitato al matrimonio e il ritornello di quando era bambina.